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| La targa della maldicenza "Socrates Parresiastes" a Giuseppe De Rita |
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martedì 27 maggio 2008 |
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Al Presidente del Censis il premio per il 2008 dell’antica tradizione Agnesina di Goffredo Palmerini
Il riconoscimento a Giuseppe De Rita segue quello conferito nel 2007 a Remo Bodei, docente alla University of California di Los Angeles, tra i più autorevoli filosofi al mondo ed insigne studioso di Michel Foucault, filosofo francese scomparso nel 1983. Negli ultimi anni di vita Foucault aveva istituito, all’Università di Berkeley, un corso sulla problematizzazione della parresia, sulla rilevanza che nelle società moderne possono assumere i parresiasti, cioè coloro che hanno il coraggio di dire la verità e di viverla, con schiettezza ed autorevolezza.
La consegna della Targa è avvenuta venerdì sera nel corso d’una intensa cerimonia nella sala delle Assemblee della Cassa di Risparmio dell’Aquila, presenti le massime autorità regionali e cittadine ed un pubblico numeroso, molto interessato ad ascoltare le “maldicenti” argomentazioni dell’illustre ospite, secondo la tradizione aquilana della festa di Sant’Agnese. Occorre tuttavia richiamare alla memoria che la Santa martire c’entra poco o niente con questa festività tutta civile votata alla Maldicenza, che affonda le sue radici nel Trecento, se non per il fatto che in un monastero a Lei dedicato venivano ospitate le “malmaritate” – donne già di facili costumi, da redimere – che di giorno venivano impiegate in faccende domestiche nelle dimore dei benestanti e potenti della città, mentre a sera rientravano nel monastero dove avevano accoglienza.
E’ stato il presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco - consegnando la Targa al premiato - a richiamare il valore e l’opera di Giuseppe De Rita, con un ricordo all’ultracinquantennale amicizia con l’insigne studioso, nato a Roma nel 1932 da famiglia d’origine molisana, regione allora unita all’Abruzzo. Ne ha tracciato il rigore intellettuale e le qualità, virtù subito messe in evidenza già dal 1955, quando De Rita iniziò la sua lunga carriera accanto al gotha del pensiero economico e sociale cattolico, quali Ezio Vanoni, Pasquale Saraceno e Giulio Pastore.
Tutto il pubblico, a questo punto, attendeva una riflessione da parte del prof. De Rita, che non è mancata. Intanto - ha dichiarato il prof. De Rita - la curiosità, l’originalità di tale tradizione, i principi che da secoli l’animano ed una sorta di piacere “narcisistico” nell’essere riconosciuto come personaggio capace di dire le cose come stanno, l’hanno indotto ad accettare il premio “Socrates Parresiastes”. Poi ha preso un po’ le distanze – per una sorta di modestia - dal personaggio che predica la “verità”, sia declinata in terra come a maggior ragione quella trascendente, con la lettera maiuscola. Più aderentemente De Rita preferisce definirla “realtà”. Egli è un “monaco delle cose”, secondo una definizione in cui pienamente si ritrova. Egli per mestiere “annusa”, osserva e descrive la realtà in giro per l’Italia..
De Rita ha quindi fotografato in quattro punti l’odierna “realtà” italiana: localismo, identità anziché relazione, il “qui e subito”, il ritorno del sacro sul santo. Ne ha tratteggiate con rigore analitico le caratteristiche, che riconducono a quell’Italia a coriandoli, dei particolarismi che non si legano ad unità e a sistema. Non ha tratto giudizi, lasciati a chi ascolta. Ne viene fuori un Paese – questa la valutazione tratta da chi scrive - chiuso nei particolarismi e sempre più spesso negli egoismi, dove la pratica ossessiva dell’identità fa perdere le coordinate della vita di relazione degli uomini e delle comunità, alimentando la paura dell’altro, specie quando è culturalmente diverso. Attenuato il senso del processo storico e sociale, si preferisce vivere e godere il presente, senza riferimenti nel passato e senza riguardo per l’avvenire. Persino il senso religioso – il prof. De Rita ha chiesto venia all’arcivescovo Giuseppe Molinari, che l’ascoltava, per questa osservazione – tende a ritirarsi nel “sacro”, in una contemplazione verticale con Dio, piuttosto che frequentare “il santo”, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, ossia il difficile cammino nella storia dell’umanità, nel mondo di oggi, sporcandosi le mani per cambiarne il corso e riconoscendo Cristo nei poveri, negli emarginati, nei sofferenti e anche nei migranti. Ecco, questa “realtà” andrebbe superata per recuperare una società più aperta, giusta e solidale, più unita e segnata dalla speranza, piuttosto che dalla paura. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 1800
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Ultimo aggiornamento ( martedì 27 maggio 2008 ) |
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