Nessuno lo sa ma queste marche di tonno andrebbero evitate!

In Italia, i primi cibi conservati in scatola, approdarono nelle nostre cucine, dagli Stati Uniti d’America, intorno agli anni ’50. Fra essi c’è il tonno in scatola, che oggi rappresenta uno dei cibi conservati più diffusi nel nostro paese.
Chiunque tiene nella propria dispensa una scatoletta di tonno perché può essere utile per un pasto veloce che va dal piatto di pasta, ad un secondo sfizioso fino alle tartine gustose da condividere con gli amici.

La produzione e commercializzazione di tale prodotto, è affidata a diverse aziende che operano nel settore alimentare. In quest’articolo, vi propongo un’indagine sviluppata da Greenpeace riguardo alla sostenibilità alimentare del tonno in scatola che, se non controllata come si deve, genera problemi di sicurezza, salute e impatto molto negativo sull’ambiente e la sua biodiversità.

Tra le prime cose da controllare quando si acquista una scatoletta di tonno c’è sicuramente l’assenza di additivi ed esaltatori di sapidità ovvero sostanze che, sì, migliorano il sapore del prodotto, ma ne presentano un prodotto di scarsa o addirittura pessima qualità; altro controllo da fare è quello dell’olio utilizzato, in quanto il migliore è quello d’oliva extravergine, ma ci sono anche tonni in scatola al naturale, cioè privi di olio, dove il sapore è mantenuto più vicino a quello semplice e genuino.

L’indagine di Greenpeace mette sotto al microscopio 14 aziende che coprono l’80% del mercato nazionale del tonno in scatola, è atta a far emergere per ciascuna di esse, le modalità di pesca, conservazione e distribuzione del prodotto, rendendo possibile la traccia di una mappatura del settore, creando una sorta di pagella che va dal peggiore al miglior prodotto in vendita in Italia.