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Dove vivere la magia delle Notti delle Streghe in Abruzzo? Narrazioni e leggende tra spettacoli e falò

Letizia Fabridi Letizia Fabri· 18/08/2026 19:01
Dove vivere la magia delle Notti delle Streghe in Abruzzo? Narrazioni e leggende tra spettacoli e falò

La prima volta che ho seguito un corteo di maschere al chiarore delle torce, ero appena tornata da Torino e camminavo lungo i portici di Sulmona. Un tamburo rompeva il silenzio, poi un odore di fumo dolce, come di ginestre secche, lasciava una scia tra le pietre calde del vicolo. Una bambina, con un cappello a punta troppo grande per il suo viso serio, mi superò stringendo una scopa; dietro di lei un ragazzo truccato di nero agitava una campana. Non sapevo ancora dove mi avrebbe portata quella sera, ma sentivo che l’Abruzzo stava ricucendo le sue storie davanti ai miei occhi, tra fiamme, risate e un pizzico di mistero.

Radici, sussurri e la memoria delle nonne

Nelle case della Valle Peligna, le nonne parlavano piano delle “masciare”, donne svelte a conoscere le erbe, a leggere i segni del tempo sulle mani e sulle nuvole. Non c’era paura, semmai rispetto. Ricordo racconti di uova lasciate sul davanzale, di fili rossi legati tra le dita, di soglie varcate col piede destro per tenere lontano il malocchio. Erano storie che viaggiavano di stalla in stalla lungo i tratturi, quelle strade d’erba della transumanza che univano borghi lontani e trasportavano voci, canti e superstizioni.

La Strega, qui, è un personaggio cangiante: può essere la vecchia della Majella che conosce i venti, la ragazza velata che appare nei pressi di una fonte, la comare che dispensa consigli al mercato. La tradizione si mescola con un passato complesso, perché la paura verso il diverso ha avuto i suoi tribunali e le sue ombre: la storia dell’Europa ricorda bene l’eco dell’Inquisizione, con le sue accuse e i suoi roghi simbolici. Per questo le serate dedicate al tema, oggi, non sono celebrazione del terrore, ma teatro di riscatto e memoria: un modo per guardare alle leggende senza smarrire il senso critico, e al tempo stesso per restituire calore alle piazze dei borghi.

Nel racconto contemporaneo, la soglia tra reale e fantastico è il cuore della festa. Si entra in una strada buia e si esce in un cortile illuminato, si ascolta una ninna nanna e la si ritrova poco dopo come danza scatenata sotto le mura. Tra un angolo e l’altro, le parole cambiano pelle, e con loro cambiamo anche noi che le ascoltiamo.

Dove l’incanto prende forma: borghi e scenografie notturne

Se cercate l’atmosfera giusta, le alture del Gran Sasso sanno come offrirla. A Castel del Monte, il borgo si trasforma di notte in un palcoscenico diffuso: nei vicoli scoscesi compaiono figure con mantelli e maschere di cartapesta, attori e musici saltano da una corte all’altra, e la piazza finale accoglie un falò che illumina i sassi come fossero bronzo. Le date cambiano di anno in anno, ed è bene affidarsi alla Pro Loco per il programma; ma il filo conduttore è sempre lo stesso, una grande narrazione itinerante in cui il pubblico diventa parte della scena.

Nella Val di Sangro, la sagoma del castello di Roccascalegna ha la forza di un incantesimo. Arrivare al tramonto e vederlo emergere dalla roccia è già un preludio; di sera, tra proiezioni, racconti guidati e piccoli spettacoli, il cortile interno si anima di voci sussurrate e musica dal vivo. Si sale piano, con le mani che accarezzano la pietra; si scende col passo più leggero, come se il vento avesse spazzato via la stanchezza.

Ai piedi della Majella, Pretoro sembra scolpito nella roccia per ospitare leggende. Le scale strette si inseguono, le case si stringono tra loro, e la notte moltiplica i dettagli: un drappo scuro su un balcone, un pentolone che ribolle in una bottega, una finestra che si apre giusto in tempo per il passaggio di una processione teatrale. In alcune estati, altri comuni della Maiella e della Val Pescara hanno allestito percorsi a tema, con banditori, cori e danze: è bene controllare i canali ufficiali dei municipi e delle Pro Loco per non perdere gli appuntamenti, che possono cambiare con la stagione e con i lavori nei centri storici.

La cifra comune è l’uso sapiente dello spazio. Le pietre, di notte, raccontano: ogni arco diventa soglia, ogni androne si fa anticamera del meraviglioso. E l’Abruzzo, con i suoi contrasti di montagna e cielo, fa la sua parte senza sforzo.

Fiamme, erbe e la grammatica del fuoco

Il falò è il punto in cui le storie si stringono. Attorno alla fiamma, le mani si scaldano, gli sguardi si incrociano e la musica trova un battito comune. Il gesto di accendere il fuoco, in molte feste, rievoca un rito di passaggio: il desiderio di tenere lontano ciò che fa paura e al tempo stesso di celebrarne la forza simbolica. È un linguaggio antico, che dialoga con i cicli della terra. Nella memoria collettiva si intrecciano tradizioni del periodo di giugno e luglio, quando il sole è alto e le notti profumano di fieno, rimandando al ritmo del Solstizio d'estate.

In Abruzzo, la cultura del fuoco ha un calendario ampio: d’inverno le farchie di Fara Filiorum Petri raccontano un legame religioso e comunitario; d’estate i falò scenici delle notti dedicate alle streghe evocano un teatro di luci e ombre. A volte, vicino alle cataste, si preparano mazzetti di erbe: alloro, rosmarino, iperico. Le nonne dicevano che il loro odore, alzandosi nel fumo, portava via i pensieri cattivi. È un’immagine poetica più che una regola, ma basta annusare quell’aria aromatica per capire perché molti la tramandano ancora.

Il suono completa il quadro. Tamburi e organetti, talvolta una voce sola che scandisce un lamento antico, poi i passi che battono insieme sulle pietre: non c’è coreografia rigida, c’è un’ascolto istintivo dello spazio, del respiro dei presenti. Così la piazza, con il suo falò, diventa un laboratorio emotivo in cui ognuno riconosce un pezzetto della propria attesa.

Consigli pratici: arrivare preparati senza rovinare l’incanto

Queste sere attirano un pubblico numeroso. Conviene arrivare con anticipo e fidarsi dei parcheggi esterni indicati dagli organizzatori: spesso sono previsti bus navetta per i centri storici, dove le strade sono strette e i varchi limitati. In borsa metto sempre una torcia piccola, una felpa leggera per l’aria di fine serata e scarpe con suola stabile, perché le discese in pietra liscia possono sorprendere. L’alta quota sa cambiare umore in fretta; un temporale non annunciato è meno raro di quanto si pensi.

La regola d’oro è il rispetto. Gli attori lavorano a pochi passi dal pubblico: non serve spingersi, basta farsi portare dal flusso. Per una foto ben riuscita, meglio tenere spento il flash e lasciare che siano le torce a disegnare i volti. E vicino ai falò, seguire le indicazioni di sicurezza: un teatro del fuoco è bello proprio perché tutti ne custodiscono la distanza giusta.

A livello pratico, portate contanti: i punti ristoro di molti borghi sono gestiti da associazioni locali e potrebbero non accettare carte. Il programma ufficiale, che talvolta cambia negli ultimi giorni, si trova quasi sempre sui profili social delle Pro Loco e dei Comuni: controllarlo la mattina dell’evento evita sorprese.

Un filo tra Gran Sasso e Majella: proposta di viaggio

Se immagino un fine settimana dedicato a queste atmosfere, partirei da Sulmona nel tardo pomeriggio, quando la luce indora l’acquedotto svevo e i portici fanno da cornice alla passeggiata. Una cena veloce con arrosticini e una sosta per un confetto, poi via verso le montagne, con la strada che si arrampica in direzione di Castel del Monte. Arrivare mentre si accendono le prime torce è come entrare in un altro tempo: la notte acquista un lessico nuovo e il passo trova una misura più antica.

Il mattino seguente, la strada verso oriente porta a Roccascalegna, tra colline che si aprono e paesi adagiati sulle creste. Il castello offre visite anche di giorno, e guardare dall’alto la traccia dei sentieri aiuta a capire la relazione tra pietra e racconto. Nel tardo pomeriggio, quando le ombre si allungano, si può tornare nel borgo per gli spettacoli serali o spostarsi in un altro centro che ospita eventi a tema. La terza tappa, se c’è tempo, potrebbe essere Pretoro o uno dei paesi alle pendici della Majella: un pranzo lento, un eremo raggiunto con una breve camminata, e di nuovo la sera pronta a mettere il punto con un falò.

È un itinerario semplice, ma capace di cucire esperienze diverse: le parole ascoltate in un vicolo si ritrovano come echi tra le querce della collina successiva, e la terra, nel passaggio, sembra pronunciare il vostro nome con la sua cadenza.

Perché tornare, ogni anno

Lo confesso: continuo a inseguire queste notti per la stessa ragione che mi riporta ai mercati del sabato e alle fontane all’alba. Ogni edizione accende una sfumatura nuova, e il pubblico stesso ne è complice. Ci sono volte in cui prevale il riso, altre in cui l’ultima scena lascia gli occhi lucidi senza capire bene perché. Forse è l’effetto delle storie che abbiamo dentro e che, per qualche ora, qualcuno pronuncia a voce alta al posto nostro.

Quando il falò si spegne e la cenere disegna un cerchio pallido sul selciato, la notte riassorbe i suoi segreti. Sulla via del ritorno, il silenzio della montagna mette ordine nei pensieri, e il freddo lieve della vallata restituisce il profumo delle erbe bruciate. Mi volto spesso, un’ultima volta, verso il borgo scuro. Lo faccio con la stessa curiosità con cui, da bambina, spiavo la scopa appoggiata alla porta della vicina. E ogni volta mi dico che tornerò, perché in Abruzzo le storie, quando si spengono, lo fanno soltanto per meglio riaccendersi la sera dopo.

Letizia Fabri
Letizia Fabri

Letizia, originaria di Sulmona, ama raccontare piccole storie e leggende abruzzesi. Dopo aver vissuto a Torino, è tornata per documentare eventi folkloristici e tradizioni meno note. Sul blog propone guide dettagliate su borghi e feste locali, arricchite da aneddoti personali.