Come vivere la transumanza tra L’Aquila e Foggia? Emozioni, percorsi e incontri lungo l’antico tragitto

All’alba, lungo un ciglio d’erba brinata tra Navelli e Popoli, ho visto una nuvola muoversi a passo lento. Erano pecore, centinaia, il respiro che fumava nell’aria fredda, i campanacci in un ritmo antico che conoscevo da bambina. Il pastore, volto scavato e mani leggere, mi ha lanciato un sorriso senza fermarsi. In quell’istante ho capito che non si assiste soltanto a un passaggio: si entra in una storia viva, fatta di polvere, latte caldo e orizzonti che si spalancano verso il Tavoliere. È così che comincia ogni mio ritorno sulla via grande, tra L’Aquila e Foggia, a cercare la misura segreta di un cammino che ancora disegna l’identità dell’Abruzzo.
Il respiro del cammino e il senso dell’attesa
La prima cosa da capire, per viverla davvero, è che la transumanza non ha fretta. Porta con sé una misura del tempo che non è quella urbana, ma la scansione di stagioni e pascoli. Scendendo in autunno, quando il vento spettina i pioppi e il colore del grano residuale vira al rame, si va verso sud per inseguire l’erba dolce del Tavoliere. Tornando in primavera, quando la neve si ritira dai crinali del Morrone e della Maiella, si risale con il sole lungo la dorsale verde. Non c’è spettacolo organizzato, e proprio per questo ogni incontro sul tratturo diventa irripetibile.
Chi parte dall’Aquila sente presto la campagna allargarsi in pianure leggere. Le tracce della via antica arrivano a tratti come lampi: un muretto in pietra, un passaggio tra i campi, un toponimo che resiste a lato della statale. Sono briciole di un itinerario grande, più largo di una strada, che tocca borghi e altipiani e si appoggia a memorie contadine. Camminarlo a piedi, anche solo per qualche chilometro, è il modo migliore per accordarsi al ritmo del gregge e riconoscere il proprio passo.
Dal cuore dell’Aquila al Tavoliere: luci, suoni e orme
Imboccare la via antica significa attraversare un mosaico di paesaggi. Dai campi di zafferano della Piana di Navelli, dove il viola a ottobre punteggia la terra, si scende verso le gole che odorano di fiume e di legna bagnata. Più giù, la conca di Sulmona si apre come un teatro e, nelle mattine chiare, le montagne sembrano prua di nave. È qui che spesso i pastori si fermano un attimo per aggiustare le bisacce, contare gli agnelli, bagnare le labbra con caffè dalla moka scaldata sul fornello da campo.
Proseguendo, i tratturi si fanno più netti, come cicatrici luminose sull’erba. Le pietre affiorano, gli stazzi compaiono con la loro geometria semplice. Sull’Appennino i passi hanno nomi antichi e il vento li pronuncia meglio di chiunque. Entrando in Molise la trama cambia di poco: colline più rotonde, paesi che salutano dall’alto, un’Italia interna che sa di pane e formaggio fresco. Infine la Capitanata, distesa e abbagliante, segna l’arrivo; l’orizzonte si allunga e l’aria si fa grande come un respiro appena liberato.
Lungo la via, non tutto è immediatamente visibile. Spesso serve chiedere, bussare alle memorie di chi abita queste terre. Gli anziani indicano il taglio dell’erba dove passava il bestiame, ricordano la cifra esatta dei passi che misurava la larghezza del tratturo, raccontano le fiere nel giorno giusto del santo. Così si compone una mappa che non sta su carta, ma nella voce delle persone.
Incontri sul tratturo: mani, lupi e latte caldo
Le emozioni nascono dagli incontri. Ho seguito una volta il cammino di Domenico, pastore abruzzese con gregge minuto e cani dagli occhi dorati. Mi ha mostrato come il silenzio parli più dei richiami, come un fischio secco valga una frase intera. Quando ha raccontato del lupo visto all’alba, non c’era paura, ma rispetto. «Il tratturo appartiene a tutti», ha detto, «anche a lui». In tasca teneva un coltellino e una campanella rotta: mi ha spiegato che ogni oggetto, qui, ha un nome e una funzione, ed è legato a un ricordo.
Sostare accanto al fuoco, mentre il latte bolle e il fumo sale diritto, è un privilegio che a volte si conquista con la discrezione. Non serve molto: una mano tesa, la curiosità giusta, la promessa di mantenere il passo senza intralciare il gregge. Quello che si riceve in cambio è un racconto, una fetta di cacio ancora caldo, il segreto di una sorgente che non si prosciuga mai. Chi viaggia lungo la via grande impara presto a ringraziare con poco, a salutare con la mano, a non lasciare traccia se non l’eco di un passo gentile.
Quando partire e come prepararsi, senza snaturare il rito
La discesa autunnale, di solito tra fine settembre e novembre, offre luce tagliente e cieli nitidi. La risalita primaverile, tra aprile e inizio giugno, è un’offerta di verde nuovo, acqua di fiume e fioriture generose. Per chi desidera camminare a fianco del gregge, il consiglio è di mettersi in contatto con le aziende agricole che ancora praticano il trasferimento a piedi, oppure con le associazioni che organizzano rievocazioni rispettose. I contatti si trovano facilmente nei borghi attraversati dal tratturo: chiedete in piazza, al forno, al bar dove il caffè sa già in partenza con chi mettervi in via.
Una giornata tipo comincia presto, al primo chiarore. Si procede per campi, con tratti su sterrato e rare strade bianche; occorre calzare scarpe comode, portare acqua e una giacca leggera anche d’estate. Non è un trekking tecnico, ma richiede attenzione al terreno e alla cadenza. Il sole picchia nella Capitanata e il vento taglia in quota: vestitevi a strati, seguite le indicazioni del pastore, fermatevi quando lo fa il gregge. La fretta qui non è contemplata, e la bellezza sta proprio nel rallentare.
Luoghi-simbolo e memorie: cippi, masserie e la Dogana
Lungo la direttrice tra L’Aquila e Foggia compaiono segni che parlano da soli: i cippi in pietra che delimitavano il corridoio erboso, i bracci e i tratturelli che attraversano borghi e coltivi, le masserie della Capitanata dove il cammino finiva con la stagione mite. A Foggia, l’ombra dell’antica Dogana delle pecore racconta di registri, tasse e uomini in cappa che tenevano il conto della mano d’opera, delle orme, del pascolo. È un capitolo in chiaroscuro della nostra storia economica, ma aiuta a capire l’ordine profondo che reggeva il movimento delle greggi.
Nel mezzo ci sono i paesi. Dalla conca aquilana ai valichi della Maiella, fino ai municipi molisani che salvano proverbi e canti, ogni sosta è una pagina di diario. In autunno la Piana di Navelli profuma di zafferano e mandorle; d’inverno il vento scrive sinfonie secche sugli altipiani; in primavera le acque sciolgono il ghiaccio e gli uccelli riempiono i canneti. Ho imparato che, per capire dove sei, basta ascoltare come gli abitanti pronunciano il nome del luogo: il suono delle vocali racconta subito se ti trovi già al sud o ancora tra le dorsali appenniniche.
Tra tutele e futuro: un patrimonio da abitare
Negli ultimi anni, il riconoscimento della pratica pastorale come bene culturale ha ridato fiato a un sapere che non voleva spegnersi. La Transumanza richiama studiosi, viaggiatori e famiglie in cerca di un contatto autentico con la natura e il lavoro. L’attenzione non è solo romantica: riguarda la gestione sostenibile dei pascoli, la prevenzione degli incendi, il mantenimento dei corridoi ecologici che consentono alla fauna di muoversi. È una geografia del futuro scritta con i piedi e con la pazienza.
Molti tratti di tratturo sono oggi oggetto di valorizzazione, con progetti che intrecciano cultura, artigianato e accoglienza diffusa. Non è raro trovare piccole case restaurate, vecchie rimesse trasformate in ostelli, aziende che aprono le porte per una visita ai caseifici. Una parte del riconoscimento internazionale, entrato anche nell’orizzonte di UNESCO, ha acceso riflettori e responsabilità: se vogliamo che la via grande resti viva, dobbiamo percorrerla con il passo giusto, rispettando cancelli, coltivi, animali al lavoro, e ricordando che qui l’ospite è sempre l’ultimo ad arrivare.
Come vivere oggi l’antico tragitto, senza tradirlo
L’itinerario migliore è quello che costruite ascoltando il territorio. Una mezza giornata tra i campi vicino L’Aquila, un fine settimana condiviso con una famiglia di pastori nel Molise, una mattina di luce limpida sul Tavoliere per vedere l’arrivo: ogni frammento compone un mosaico reale. Io preferisco le albe, quando l’aria sa di ferro e di pane, ma c’è una verità semplice che vale sempre: la transumanza si comprende camminando accanto, non davanti, e si racconta meglio quando si è sporchi di polvere e un po’ stanchi.
Se tornate a casa con una campanella, una foto mossa, un odore che non sapete nominare, allora avrete davvero vissuto la via grande. Le parole arriveranno dopo, come accade a certe storie che chiedono di sedimentare. A me succede ogni volta che rimetto piede a Sulmona e sento i portici chiamare il mio nome: mi scopro con la testa ancora tra i greggi e un pensiero fisso, quello con cui ho iniziato l’alba tra Navelli e Popoli. La transumanza non è una rievocazione: è un invito. Raccoglierlo significa mettere il passo al servizio di una memoria collettiva e, mentre il giorno sale, imparare a respirare insieme alla strada.

