Borghi in Abruzzo patrimonio dell’UNESCO: motivi e curiosità che non tutti conoscono

All’alba, a Opi, il silenzio è rotto solo da un campanaccio lontano e dal respiro umido del bosco. Un guardiaparco mi indica una macchia più scura fra i faggi: “Lì, la faggeta non dimentica”. Mentre il sole accarezza i tetti di pietra, capisco che in Abruzzo i borghi non sono cartoline immobili, ma porte d’accesso a storie che l’umanità ha deciso di proteggere. Qui il patrimonio vive nei passi lenti, nei rituali che tornano, nelle ombre fresche di alberi antichi.
Cosa riconosce davvero l’UNESCO in Abruzzo
Spesso ricevo messaggi di lettori convinti che interi paesi siano iscritti nelle liste di UNESCO. È una suggestione comprensibile, perché in Abruzzo il confine tra natura e comunità è più sfumato che altrove. In realtà, gli inserimenti riguardano componenti specifiche: frammenti di boschi antichissimi nella rete transnazionale delle “Faggete vetuste dei Carpazi e di altre regioni d’Europa” e patrimoni immateriali come la transumanza e il rito aquilano della Perdonanza Celestiniana. I borghi non sono “etichettati” in blocco, ma custodiscono e rendono vivo ciò che è stato riconosciuto.
La differenza non è linguistica, è sostanziale. La Convenzione sulla protezione del patrimonio mondiale distingue infatti tra beni naturali, culturali e pratiche immateriali tramandate nel tempo. In Abruzzo, questo sguardo si traduce in paesi che diventano approdi sicuri per chi vuole esplorare riserve antiche, o ascoltare ancora il racconto di greggi in cammino e perdoni medievali che parlano al presente. È nei bar delle piazze, nelle cantine che odorano di legna, nelle feste di fine estate che il “perimetro” dell’UNESCO prende il respiro delle persone.
I borghi custodi delle faggete vetuste
Ci sono luoghi dove la foresta detta il ritmo anche agli orologi di casa. A Villavallelonga, ad esempio, il sentiero che sale verso Val Cervara assomiglia a una porta socchiusa sulla preistoria vegetale. Le foglie, in certe ore, filtrano la luce come un vetro cattedrale, e capita di abbassare la voce, senza sapere bene perché. Tornando a valle, il paese ti rimette in tasca il calore: un panino con il formaggio al bar sulla piazza, e il racconto di chi da ragazzino ha imparato a distinguere i fischi del vento da quelli dei cervi.
Spostandosi verso Opi e Civitella Alfedena, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise si rivela in lembi precisi: Selva Moricento, Coppo del Principe, Coppo del Morto. Sono nomi che sembrano usciti da un romanzo, e invece sono toponimi rigorosi di un mosaico internazionale. Qui non si entra come in un giardino qualunque: si accompagna il passo a quello delle guide, si rispettano i tracciati, si lascia al bosco la sua ombra inviolata. Il risultato è un ascolto nuovo, dove anche il rumore di un ruscello diventa notizia.
Più a est, Sant’Eufemia a Maiella veglia su Lama Bianca, faggeta di altitudine che d’estate profuma di erbe e resina. Il borgo, minuscolo e fiero, sembra trattenere il respiro quando le nuvole sfilano sopra il massiccio della Majella. Mi piace arrivarci nel primo pomeriggio, quando la luce smussa le pietre e i gatti prendono possesso dei gradini. Lì capisci che l’iscrizione mondiale è una cornice: il quadro lo compongono i cittadini che proteggono, puliscono, spiegano. E tu, visitatore, ne diventi un tassello se scegli orari dolci, guanti leggeri e scarponi che non lasciano traccia.
La transumanza: paesi e tratturi che la raccontano
La prima volta che ho assistito al passaggio di un piccolo gregge lungo il Gizio, vicino a Sulmona, ho sentito una memoria che mi precedeva. Le pecore sgranavano la strada con pazienza, i cani componevano geometrie invisibili, e un pastore mi ha detto: “La via è la stessa, cambiano solo i nostri passi”. La transumanza, riconosciuta come patrimonio immateriale, non è un racconto in bianco e nero: percorre ancora gli altipiani di Navelli e delle Cinque Miglia, scende lungo i tratturi e i tratturelli che una volta conducevano verso il Tavoliere, e tocca paesi che sembrano nati per offrirle ristoro.
A Pacentro, quando l’aria sa di legna e il cielo s’infila tra le torri del castello, gli anziani ricordano i tempi del sale scambiato con la lana, dei viaggi lenti che iniziavano a San Michele e finivano dove l’inverno era più mite. Ad Anversa degli Abruzzi, il tratturo Celano–Foggia ha lasciato segni che un occhio allenato riconosce nei muri a secco e nel passo dei mulinelli lungo il fiume. Scanno, regina di pietra dalle gonne nere, conserva nel ritmo delle sue feste e nelle orecchie d’asino dei vicoli l’eco dei cammini d’autunno. Non importa stabilire un perimetro perfetto: la transumanza è un gesto di stagione, e i borghi sono le sue sillabe.
Se volete toccare con mano questa grammatica, cercate il momento in cui il gregge attraversa un ponte o una piazza. Nessuno chiede il silenzio, ma si fa silenzio da sé. La strada diventa una riga di gesso cancellata e riscritta, mentre la comunità si stringe in un rito leggibile anche da chi è di passaggio. È il patrimonio immateriale nella sua forma più precisa: non un oggetto, non un monumento, ma una pratica che unisce economie, memorie, paesaggi. E un invito gentile a camminare più piano.
L’Aquila e il perdono: quando il rito tocca i paesi
La Perdonanza Celestiniana, che ogni fine agosto apre la Porta Santa a L’Aquila, è un altro tassello che dialoga con i borghi. Qui il riconoscimento internazionale si appoggia a un atto antico, una bolla di perdono che parla di riconciliazione e accoglienza. Io, che sono di Sulmona, non posso non pensare a Celestino V e ai suoi eremi che punteggiano la Majella. Non sono loro a figurare nella lista, eppure la loro presenza si avverte nelle abitudini dei paesi vicini: una candela accesa nella chiesa di Roccamorice, un sentiero ripulito verso Sant’Onofrio al Morrone, una processione sobria che preferisce l’alba alla sera.
Quando la città capoluogo si riempie di passi e campane, nei borghi la notizia arriva come una brezza: qualcuno prepara un pane speciale, qualcun altro apre l’archivio parrocchiale e mostra un registro ingiallito. È una rete di riverberi che tiene insieme la regione. E a guardarla da vicino si capisce perché l’UNESCO insista sul valore sociale del patrimonio: non basta conservarlo, bisogna abitarlo. Nei paesi, questo verbo ha ancora il suo peso antico.
Quando andare e come farlo con rispetto
Se dovessi scegliere una stagione, direi due. La tarda primavera per le faggete: i sentieri sono percorribili, la luce è più lunga e la foresta ha un odore di rinascita che sembra un invito personale. L’inizio d’autunno per la transumanza: i colori si fanno più profondi, le piazze rallentano e spesso capita di incrociare greggi e racconti. Ma l’importante è il come, non solo il quando. Prenotare una guida locale nei tratti più delicati non è una formalità, è il modo giusto per lasciare le cose come le si è trovate.
Nei borghi, poggiate lo sguardo prima della macchina fotografica. Entrate in un forno, chiedete del pane di quel giorno, fate due domande senza fretta. Sarà più facile capire cosa significa vivere all’ombra di un patrimonio mondiale: non è un trofeo, è una responsabilità condivisa. Portate via poco, quasi niente: una mappa segnata a matita, il sapore di un pecorino, un nome da ricordare. E lasciate sul posto il rispetto, che non pesa nello zaino.
Ripenso all’alba di Opi, alla macchia scura fra i faggi che sembrava spostarsi da sola. Forse era un cervo, forse solo un’illusione della luce. In ogni caso, il messaggio restava valido: ci sono luoghi che si fanno riconoscere soltanto a chi li ascolta. I borghi abruzzesi che custodiscono patrimoni mondiali funzionano così: non chiedono clamore, ma attenzione. E quando trovano orecchie disponibili, raccontano storie che non finiscono al termine del sentiero, bensì ricominciano ogni volta che qualcuno apre la porta di casa e dice: “Entra, ti mostro dove tutto ha avuto inizio”.

