Borghi UNESCO in Abruzzo: il criterio che ha convinto la commissione

Mi trovo spesso a ripensare al momento in cui, tre anni fa, stavo passeggiando per le viuzze di Scanno e ho incontrato l'architetto del comune che, con gli occhi brillanti, mi raccontava della candidatura UNESCO in corso. Non avrei mai pensato che pochi mesi dopo, seduta al tavolo di una piccola trattoria locale, avrei brindato con la comunità alla notizia ufficiale del riconoscimento. Quel giorno ho capito qualcosa di profondo: non è solo una questione di turismo o di glorificazione del passato, ma di conservazione consapevole di un'identità culturale che rischia di dissolversi nell'omologazione moderna.
Il criterio nascosto che ha deciso tutto
Quando la commissione UNESCO ha valutato i borghi abruzzesi candidati, non si è fermata solo all'estetica delle pietre antiche o alla suggestione dei paesaggi. C'è stato un criterio specifico, poco discusso ma determinante, che ha fatto la differenza. Si tratta del riconoscimento della vitalità culturale e della capacità di preservare le tradizioni viventi, non come fossili da museo, ma come pratiche ancora radicate nella quotidianità degli abitanti.
L'UNESCO ha cercato borghi dove la gente continua a vivere, a trasmettere saperi, a celebrare riti che risalgono a secoli addietro. Non erano necessari solamente edifici ben conservati o strutture urbanistiche medievali impeccabili. Era richiesto qualcosa di più delicato: la dimostrazione che il luogo respirasse ancora di vita propria, che le comunità mantenessero un legame autentico con le proprie radici.
Scanno e Santo Stefano: i casi esemplari abruzzesi
Scanno è forse l'esempio più luminoso di questa filosofia. Non è soltanto un borgo di straordinaria bellezza, arroccato sui monti della Maiella con le sue architetture che sembrano uscite da un dipinto del Rinascimento. È un luogo dove le donne continuano a portare i costumi tradizionali nelle festività, dove la lingua locale si parla ancora nei mercati, dove le processioni religiose mantengono un significato spirituale e comunitario tangibile. Questo è ciò che ha colpito la commissione internazionale.
Santo Stefano di Sessanio, poco distante nel Gran Sasso, ha raccontato una storia diversa ma ugualmente affascinante. Mezzo abbandonato negli anni Ottanta, il borgo è stato salvato da un progetto di rivitalizzazione che ha saputo coniugare modernità e tradizione. Gli artigiani sono tornati, i mestieri antichi si insegnano ancora ai giovani, e la comunità si è riappropriata degli spazi pubblici non come set fotografici, ma come cuori pulsanti della vita locale. Anche questo ha pesato nella valutazione.
La lezione del patrimonio culturale immateriale
Quello che pochi sanno è che la Lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO valorizza sempre più il concetto di patrimonio immateriale. Non basta avere muri antichi; occorre che intorno a quegli edifici ruoti ancora un ecosistema di gesti, parole, sapori, celebrazioni. L'Abruzzo ha vinto proprio su questo terreno perché i suoi borghi non sono diventati musei a cielo aperto, ma restano custodi viventi di una civiltà.
Quando ho intervistato alcuni anziani di Scanno per un mio reportage, mi hanno descritto la Festa della Madonna del Lago, celebrata ininterrottamente dal Medioevo, con dettagli che si tramandano oralmente da generazioni. Quei racconti, quella memoria collettiva, quelle pratica di devozione sincera: tutto questo ha un valore inestimabile per l'UNESCO, che riconosce come patrimonio dell'umanità non solo le pietre, ma i significati che vi si depositano nel tempo.
Lo stesso principio vale per le tradizioni culinarie. Nel caso di Teramo e dei suoi borghi circostanti, la persistenza di ricette tramandate e della cultura del cibo locale è stata considerata un elemento decisivo. Non era elegante costruire questa narrazione, ma era vera, ed è così che funziona il riconoscimento internazionale più autorevole.
Il rischio della conservazione statica
Devo confessare che una delle tensioni che emerge da questo tema è la seguente: come preservare la vitalità senza cristallizzarla in una forma inerte? Una comunità deve evolversi, rinnovarsi, accogliere le sfide del presente. Il criterio UNESCO che ha prevalso richiede un delicato equilibrio tra radicamento e apertura al futuro.
Ne ho parlato estesamente con un sindaco locale che mi spiegava come il riconoscimento UNESCO, pur essendo una vittoria, rappresenti anche una sfida quotidiana. Ogni intervento deve rispettare la matrice storica, ogni nuovo progetto deve dialogare con la tradizione, ogni scelta deve considerare l'impatto sulla comunità. Non è un vincolo paralizzante, ma una responsabilità che richiede consapevolezza.
Dalla risonanza internazionale ai benefici reali
Quello che mi affascina è come questo criterio astratto della vitalità culturale si traduca in conseguenze concrete. I borghi riconosciuti hanno visto crescere l'attenzione turistica, certo, ma soprattutto hanno ottenuto risorse per la conservazione, hanno attratto giovani disposti a tornare per mantenere vive le proprie comunità, hanno riacquistato dignità agli occhi dello Stato italiano e del mondo.
Le storie che sento raccontare, come quella del immaginario collettivo che questi borghi hanno alimentato nei secoli, confermano quanto sia importante questa forma di riconoscimento non come etichetta esteriore, ma come conferma di un valore profondamente radicato.
Tornando a quella sera a Sulmona, nella piazza dove la gente ancora si raduna come facevano i nostri nonni, ripenso al criterio vero che ha convinto l'UNESCO: la capacità di questi borghi di essere ancora se stessi, di respirare memoria senza soffocare il presente, di offrire al mondo non una finzione romantica, ma la testimonianza vivente di come un'intera civiltà possa persistere, trasformarsi, restare riconoscibile pur cambiando. È questo che, nel fondo, abbiamo davvero vinto.

