Una bellezza rinata due volte: dall’abbandono e dal terremoto
Non tutti i paesi diventano simboli per dimensioni o notorietà. Alcuni lo diventano perché portano addosso la firma di una grande casata, lontano da dove ce l’aspetteremmo. In Abruzzo esiste un borgo che concentra in pochi vicoli di pietra il Rinascimento fiorentino, la transumanza millenaria e una rinascita diventata un modello.
Un angolo di Firenze sul Gran Sasso
Quando pensiamo allo stile rinascimentale fiorentino lo immaginiamo in Toscana. Eppure uno dei suoi esempi più intatti si trova tra le montagne d’Abruzzo: Santo Stefano di Sessanio, riconosciuto come uno dei “Borghi più belli d’Italia”, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Il paese è interamente costruito in pietra calcarea bianca, il cui candore originario appare oggi annerito da secoli di storia, e proprio per questo ancora più affascinante.
Dalla torre normanna ai Medici di Firenze
Il simbolo del borgo è la sua torre. Il paese si è sviluppato a partire dal XIV secolo attorno all’antico presidio fortificato della torre, che si presume esistesse già in epoca normanna, isolata sopra un cocuzzolo e comunicante con le torri di Rocca Calascio, Castel del Monte e Castelvecchio Calvisio; serviva a controllare i traffici sul tratturo per Foggia. La svolta arriva nel Cinquecento: quando Costanza Piccolomini vendette la baronia di Carapelle al duca Francesco de’ Medici, il paese fu ornato dell’inconfondibile stile rinascimentale fiorentino. Si accede al borgo dalla Porta Medicea, su cui è ancora visibile lo stemma dei Medici, la famiglia che portò il borgo al massimo splendore grazie al commercio della lana “carfagna”, una lana nera usata per le divise dei militari e per i sai dei monaci.
Un borgo di pietra bianca scolpita
Camminare tra i vicoli significa leggere la pietra come un libro. Con il dominio dei Medici gli edifici furono arricchiti di eleganti decori: portali ad arco con formelle fiorite, finestre in pietra finemente decorate, splendide bifore. Del ricco periodo mediceo è anche il bel palazzo con loggiato rinascimentale sopraelevato chiamato la Casa del Capitano, e tra i vicoli si ammirano i tanti portali e finestre lavorati dagli scalpellini toscani nella pietra bianca calcarea.
Tra transumanza, montagna e silenzio
Il borgo non si impone sul paesaggio: vi appartiene. Il commercio della lana incoraggiò la pastorizia e la transumanza divenne importantissima, caratterizzando fortemente tutto l’Abruzzo per almeno sette secoli: con il freddo autunnale i pastori portavano le greggi nei pascoli della Puglia, per poi tornare a primavera inoltrata. Oggi quella vocazione sopravvive anche nella gastronomia: tra i prodotti tipici spiccano le famose lenticchie di Santo Stefano, presidio Slow Food.
La bellezza alla prova del futuro
La storia recente è un’altra. Con l’Unità d’Italia e la fine della transumanza inizia un processo di decadenza che riduce fortemente la popolazione a causa dell’emigrazione. Poi la rinascita: negli anni Novanta arriva in paese Daniele Kihlgren, imprenditore milanese di origini svedesi, che acquista gran parte del borgo per realizzarvi un albergo diffuso, attirando con il suo progetto di recupero conservativo l’interesse della stampa nazionale e internazionale. Ma il colpo più duro è del 2009: il 6 aprile il terremoto abbatte la Torre Medicea, simbolo del borgo, e alcune abitazioni. La torre, alta circa 20 metri e a pianta cilindrica, è stata poi ricostruita fedelmente recuperando il materiale del crollo: nell’aprile 2021 sono state rimosse le impalcature e la torre è stata riaperta. Per ripopolarsi, a fine 2020 il borgo ha lanciato un progetto che offre ad alcune famiglie di under 40 abitazioni con affitto simbolico e aiuti economici per avviare un’impresa legata al territorio. Per molti, il vero valore di Santo Stefano non sta nei numeri, ma nell’essere un unicum di pietra rimasto intatto.
